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LA  STATUA  DEL  CRISTO  DEL  ROGATE

Nella cripta del tempio della Rogazione Evangelica e di S. Antonio – Basilica Minore Ove si venera il corpo incorrotto di S. Annibale M. Di Francia Padri Rogazionisti - Messina 

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La scena evangelica  

“Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il Vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le turbe ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore, allora disse ai suoi discepoli: La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate [in latino: Rogate] dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!” (Mt. 9,35-38). 

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Questa scena evangelica la troviamo riprodotta in una artistica tempera, eseguita dal Prof. Rosario Spagnoli, nella semicalotta che copre l’abside del Tempio della Rogazione Evangelica, in Messina.   Tempio e tempera li ha voluti Sant’Annibale M. Di Francia, a cui lo Spirito aveva consegnato il comando del Signore Gesù: “Rogate”, per diffonderlo nella Chiesa e istituzionalizzarlo nelle Congregazioni religiose dei Rogazionisti e delle Figlie del Divino Zelo. 

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Caratteristiche tecniche della statua: 

Soggetto: il “Cristo del Rogate”.

Realizzata: dalla Ditta  “Rigione Statue Sacre” di Napoli. L’artista esegue la statua prelevando il Cristo dal disegno del Prof.  Rosario Spagnoli,

Tecnica: fusione in vetroresina.     

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Lettura:

La statua, alta m.1,70, presenta una eccezionale potenza di sintesi carismatica e ricchezza di simbolismo. 

Il Cristo poggia i piedi sul globo terrestre, a destra e a sinistra del quale due fasci di spighe robuste, sono rivolte verso l’alto e con forza e decisione si aggrappano angosciosamente imploranti alle vesti di Gesù, unico salvatore del mondo. 

Il color terra delle spighe denuncia lo stato di abbandono e della miseria che affligge e tormenta questa messe, che rappresenta le “folle stanche e sfinite come pecore senza pastore” (cf. Mt.9,36).

La loro massa voluminosa supera il volume del globo terrestre sul quale sono addossate: evidente e assurda esagerazione che simbolizza la straziante realtà della grande moltitudine [messis quidem multa], delle genti del nostro pianeta, che navigano nelle vecchie e nuove povertà e attendono la salvezza per mezzo dei “buoni operai”. 

Il corpo leggero e snello di Gesù dà l’impressione dell’immateriale, dell’assenza di peso e lascia intravedere lo slancio di tutto il suo essere. Il candore sfumato della veste e il rosso splendido del mantello dai bordi dorati, senza altri ornamenti, evidenziano i colori della trascendenza e della dignità divina. 

Il volto, pieno di maestà celeste e di sofferenza ieratica, lascia letteralmente sconvolti; i lineamenti, che sembrano oscillare ad alta frequenza, manifestano i sentimenti di commozione e di compassione ineffabile: dimensione essenziale dell’agape divina, che riempie il cuore del Cristo alla vista delle folle di tutti i secoli, abbandonate come gregge senza pastore. 

Gli occhi, colore celeste pallido, perforano i cieli, vibrano immersi nella profondità insondabile ed inaccessibile dell’infinito, raggiungono il Padre celeste, depositano nel suo cuore le immagini dei volti supplichevoli e disperati delle “folle abbandonate” della scena evangelica. 

A questo punto, vediamo la bocca di Gesù che si apre nel momento e nell’atteggiamento in cui, con confidente amore e assoluta certezza di essere esaudito [cf. Gv.11,41-42], pronunzia la parola “Abbà”: Padre, manda operai nella tua messe. 

Si, perché il “Cristo del Rogate” viene dopo il “Cristo della Rogazione”. Gesù, infatti, il primo insegnamento lo dà a noi con l’esempio e poi anche con la parola.   “Ad animarci allo spirito di questa preghiera basta guardare l’esempio di Nostro Signore, della SS. Vergine e dei Santi. Di Gesù Cristo è detto che ‘coepit facere et docere’ (cf.At.1,1); se Egli dunque comandava agli apostoli ed ai discepoli di impetrare con le preghiere gli evangelici operai, vuol dire che Egli stesso pregava per così santo scopo. Difatti, prima di chiamare i santi apostoli, pregò tutta la notte, sopra un monte, come ci riferisce il Vangelo (Lc.6,12)” [P. Annibale, AR.694].   Inoltre, proprio nel momento in cui prega: “Abbà, manda…”, il Padre celeste affida al Figlio la parola “Rogate”; Cristo dice a noi soltanto le parole udite dal Padre (cf.(Gv.8,26).  

Quel comando, che è comandamento della fecondità vocazionale,  lo troviamo scritto a caratteri d’oro sul nastro color bianco, che si stende con movimento ondulato sulla base del globo e raggiunge gli steli delle spighe: “Rogate ergo Dominum messis ut mittat operarios in messem suam”.  

Altri elementi significativi li troviamo nelle mani del Cristo.

La sinistra converge aperta verso i raggruppamenti delle spighe, cioè sui poveri di tutto il mondo, qualunque sia il titolo della povertà: tutti, infatti, sono oggetto dell’amore, della tenerezza e della compassione del Signore.  

Con la destra Gesù benedice idealmente i “buoni operai” dal cuore compassionevole, che il Padrone della messe manda per le preghiere di S. Annibale e di tutti coloro che obbediscono al comando del Signore: <Rogate>; “Comando di un’importanza suprema, anzi rimedio infallibile per la salvezza della Chiesa e della società” (P. Annibale, AP.115).  

Chi ha visto la statua del “Cristo del Rogate” non potrà mai dimenticare quel volto orante “cum lacrymis et clamore valido”; quel volto dal quale si sprigiona un potente e accorato appello: “Pregate!  come IO prego… ut mittat.”. 

Messina,o1.04.2007                                                          P. Gaetano Ciranni rcjÂ